Corsette serali

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Ho iniziato a correre da un paio di mesi.
Lo so, anche io dico che è strano.
Cioè, io capisco pure la questione del sentirsi fighi mentre si guardano i povery grassony camminare e tu sfrecci nella tua tutina aderente sudata, il problema è quando fuori c’è lo stesso tempo che c’è a nord della Barriera.
Guardate Game of Thrones, comunque, plebei.

Premettiamo una cosa: il mio caro babbo corre. Non corre a caso, lui corre serio, fa le maratone, gli allenamenti professionali, mangia le cose sane e tutto il resto.
Quando andiamo a correre insieme, non manca di raccontarmi le sue cose senza neanche un filo di fiatone, mentre io gli arranco dietro a fatica.
Alla fine mi ha contagiato con il suo entusiasmo, anche perché il mio lato B cominciava ad ammosciarsi sensibilmente e il mio cuore cominciava a sembrare quello di un coniglio ogni volta che superavo il limite di tre gradini consecutivi.

E qui entra in gioco la mia compagna di stanza che, non si sa per quale strana congiura dell’universo, ha iniziato a correre anche lei più o meno nel mio stesso periodo.
Voglio parlarvi di lei. La chiameremo Ugo, per salvaguardare la sua privacy.
Ugo è una buona coinquilina, non fa casino e sporca poco. Non è male, a parte per il fatto che dorme solo con le tapparelle abbassate fino all’ultimo spiraglio e che recentemente ha iniziato a farmi notare che mangio da schifo (il che è vero, ma questa è un’altra storia).

Dunque.
Per nostro comune accordo, abbiamo deciso di correre insieme, il che vuol dire nello stesso lasso di tempo, il che vuol dire che lei corre al caldino qui a casa sul suo tapiroulant che ha aggiunto un tocco di sporty nell’arredamento della nostra camera e io devo uscire fuori al freddo a schivare le vecchiette.
Il freddo mi scoccia molto, e inizio a capire quando papà dice che gli dà fastidio il vento forte. Non è tanto il freddo, ma l’aria che ti soffia addosso. Soprattutto in questo periodo di grigiore metropolitano e pioggerellina.
E poi le strade. Non so dove andare. Vista la mia resistenza è limitata, per ora giro intorno al mio quartiere, ma ovviamente fra smog, semafori e soprattutto simpatiche salite non è il massimo.

Però devo ammettere che è forte. Non solo la sensazione di potere quando finisci o quando corri come se dovessi raggiungere qualcosa e ne andasse della tua vita, è bello anche guardare la città che si muove intorno a te e tu diventi parte di lei. E sono belli i primi metri, quando ancora non sei stanco e anche quando torni a casa e spegni il cronometro.

Appena riuscirò a fare più di sei minuti di corsa senza morire con la lingua di fuori, andrò al Circo Massimo o in altri siti romani suggestivi.
Ugo a volte mi fa paura e ora è uno di quei momenti. Sono le 18:20 e fra dieci minuti dobbiamo correre, il che vuol dire che inizierà a intimarmi di uscire dal letto dicendo “Sabrana, sei pronta?”.

No, non sono affatto pronta!
Mi devo tirare fuori da sotto le coperte e mettere la tuta freddina e l’orologio-cronometro fighissimo che mi ha dato papà e le cuffie per la musica (senza musica non se ne parla) e le chiavi in tasca e le scarpe che purtroppo non sono spaiate ma mi hanno fatto passare il mal di schiena, per uscire allo sbaraglio fuori e rincorrere il mio sogno di… non diventare una mozzarella.

D’accordo, facciamolo.

Comunque papà mi ha scritto alla mezza maratona di Arenzano a settembre. 21 chilometri. Ah ah. So funny.

Se correte anche voi, Whatever it Takes e Believer degli Imagine Dragons sono la mia ultima trovata, ma ovviamente è solo la punta dell’iceberg.
Il rock duro funziona per muovere i piedi sull’asfalto.

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Persone che sembrano altre persone

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Sulla metro, persone che sembrano qualcosa e diventano qualcos’altro ai miei occhi.

A destra.
Signora di cinquant’anni che legge dal suo ebook. Si coglie solo una frase ‘non insegnavano a giocare al gioco ma insegnavano come imparare a giocare al gioco, una grande differenza‘. Ha un vestito a fiori, sciarpa colorata. Un po’ troppo nero, capelli biondi anonimi.
Quando si alza, il vestito a fiori si rivela essere un completo davvero molto eccentrico e apprezzabile e la sciarpa è più lunga di quant la normale moda userebbe. Borsa con catena e un ciuffo di capelli rossi sotto quelli biondi. Posata, altera, originale.

Opinione al primo sguardo: neutra
Seconda opinione dopo un’osservazione più attenta: buona.
Sensazione generale: infantile originalità consapevole.

Davanti.
Signore di quarant’anni, con camicia troppo tirata, busta gialla di plastica, vestito con completo nero per apparire più minaccioso forse.Capelli bianchi, naso storto. Occhiali appesi.
Custodia del telefono rotta. Nero anche quello. Sposato. Sguardo assente. Una strana spilla gialla quadrata sul bavero della giacca. La borsa gialla di rivela essere un sacchetto con scritto ‘servizio fotografico, osservatore romano, città del vaticano’. Passioni creative e lavoro ordinario o sacchetti riciclati e personalità banale.

Opinione al primo sguardo: neutra.
Seconda opinione dopo un’osservazione più attenta: migliorata.
Sensazione generale: scialbo ma fermento interiore.

A sinistra.
Signore di cinquant’anni vestito nel modo più banale che si possa immaginare. A parte le scarpe: sono mocassini viola acceso e giallo limone. Legge un libro sulla cultura afroamericana. Orecchino discreto che si nota solo dopo qualche minuto di osservazione, quasi pelato, espressione posata ma distratta.
Il piede di destra ondeggia a tempo con una musica che sente solo luinella sua testa.
Il libro è cartaceo e non c’è traccia di cellulare in giro.

Opinione al primo sguardo : neutra.
Seconda opinione dopo un’osservazione più attenta: ottima.
Sensazione generale: fragoline di sottobosco. Un ammasso di foglie inutili che nascondono piccoli colpi di genio.

Su un treno

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Sedile con stoffa strappata.
Signora con sguardo stanco.
Sussurri di sconosciuti che sibilano sottovoce.

Scricchiolio di un vagone.
Soffio del vento.

Veloci vaghiamo per verdi vallate.
Vette violacee e vortici violenti.
Volatili voraci che volano verso il vuoto.
Vetro velato di vischiosità.

I vicini vanno e vengono.

Seduta, scruto la vastità e volto il volto al sole della sera.
Sono sola, con il silenzio vero del viaggio e le vostre vite sono solo uno sgusciare di vetture che sfuggono via.

L’imbarazzo a dodici anni

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Ho troppa voglia di leggere Agatha Christie. Di suo ho letto solo un drammaturgia riadattata di Dieci Piccoli Indiani… lo spettacolo teatrale più orrendo al quale io abbia mai recitato, a dodici anni.
Ora ve lo racconto.

Seconda media, insicurezza tipica di chi odia essere al centro dell’attenzione, brufoli (un sacco di brufoli), occhiali da nonna, i capelli crespi e apparecchio per i denti. Un cocktail micidiale.
Mi fa ridere questa cosa, dovevo essere parecchio divertente da prendere in giro.
Ero davvero una cosa brutta, ma a mio favore dichiaro che non sono mai stata vittima di bullismo. Inspiegabile.
Dunque.

La drammaturgia su cui dovevamo fare lo spettacolo probabilmente era anche decente, peccato che fosse più complicata di Memento e più lunga di C’era una volta in America (la versione da quattro ore e diciassette minuti), e noi eravamo delle stupide capre di dodici anni.
Avevamo iniziato a lavorarci tre mesi prima di andare in scena, con un sedicente attore e regista teatrale che seguiva soltanto la nostra classe e si divertiva a dispensare consigli assurdi su come rendere il personaggio.
Le altre tre classi della mia scuola erano seguite da altri registi che avevano avuto il buonsenso di scrivere qualcosa adatto a dei pischelli incapaci.
Lui aveva proposto questa cosa colossale.
Sapevo che sarebbe stato un disastro e tutt’ora mi chiedo come sia possibile che nessun altro se ne fosse accorto in tempo. Il tipo era tutto fomentato, i miei compagni, a parte due o tre, erano eccitati di fare qualcosa di molto più serio degli altri. Insomma, Agatha Christie.
Il mio ruolo, per fortuna, era un ruolo di quelli di cui nessuno importa: seconda fila del coro. Pelle bianca di cerone, vestiti neri e sguardo fisso sulla platea.
Le prove erano state un inferno. All’epoca odiavo l’idea di recitare era una cosa che mi faceva uscire matta.

In ogni caso, alla fine è arrivato il grande giorno. Il teatro lo conoscevo bene, era quello in cui andavamo a vedere qualunque cosa che fosse affiliata con la scuola, ma avevamo fatto una sola prova generale lì dentro.
Le persone avevano iniziato a riempire i posti. Professori e genitori. Molte poltrone, gente anche sulle scale.
Non ricordo se ci fossero i miei genitori, grazie al cielo non sono mai stati il genere di genitori che si prendono il giorno di permesso al lavoro per vedere un inutile spettacolo della figlia che odia lo spettacolo in questione. Ho sempre apprezzato questa cosa, sono sempre stata molto “facciamo finta di niente e non diamogli troppa importanza che se no mi aumenta l’ansia, grazie” con le cose che mi mettevano a disagio.
E poi l’idea di recitare di fronte ai miei mi terrorizzava più della cosa in sé.
Insomma, si è capito che ero terrorizzata. Il livello di terrore era poco meno di quello che ho provato prima di entrare nell’aula per l’esame di terza media.

La penultima classe che si era esibita prima di noi torna nelle quinte, tutta soddisfatta della propria performance, le luci si spengono, il silenzio scende di nuovo.
Entro in scena, insieme agli altri idioti che come me erano nel coro.
Duecento persone a fissarci.
I tre spettacoli precedenti erano stati brillanti, divertenti e memorabili. Il nostro fu un totale disastro. Durò troppo e per ben tre volte ci fermammo senza sapere chi avesse la battuta seguente. Applausi incoraggianti del pubblico, facce rosse di dodicenni imbarazzati.
Nel pubblico, i nostri coetanei delle altri classi, ormai senza più ansia da prestazione, si sfogavano fra di loro con sorrisetti di scherno e pollici alzati. Accanto a loro, il registoide si metteva letteralmente le mani nei capelli, rivolgendosi verso il pubblico con le braccia alzate e un sorriso che voleva dire “che ci posso fare, sono degli idioti”. Molto bello.

I dialoghi della drammaturgia erano serrati e brevi, e come ogni dialogo serrato e breve, se non conosci a memoria il testo e se non conosci anche le battute degli altri e sbagli il ritmo, è la fine.
Nel finale, la tipa che avrebbe dovuto fare questo monologo riassuntivo completo di messaggio commovente è entrata in scena con i vestiti di scena sbagliati. Aveva il copione in mano perché non si ricordava nulla e probabilmente qualcuno aveva avuto pietà di noi e le aveva schiaffato in mano i fogli dietro le quinte, probabilmente il nostro regista.
Nonostante avesse il copione, visto che era stupida, si era messa in testa di fare la parte dell’attrice consumata che conosceva a memoria il testo, con il risultato che ha omesso delle frasi e quindi il discorso non solo non aveva senso, ma c’erano anacoluti e costrutti logicamente errati.

Una roba brutta.

La cosa peggiore è stata che alla fine dello spettacolo, il registoide sale sul palco e cerca di giustificarsi facendo un’arringa lunghissima di cui a nessuno fregava nulla, con citazioni teatrali che nessuno capiva, dandosi delle arie che peggio i pavoni e scusando la nostra classe perché aveva avuto diversi problemi di causa forza maggiore. Va beh.
Questo era un resoconto di una delle mie esperienze più umilianti.
Detto ciò, nonostante tutto la mia simpatia per Agatha Christie non è venuta meno, perciò ho deciso che mi farò una cultura. Morte e mistero, dovrebbe piacermi per forza.

Ofelia e le efelidi

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Si chiamava Ofelia ed era conscia di avere un nome buffo. Non propriamente buffo, se il problema si fosse fermato a Ofelia, ma la vera questione era che Ofelia associava il suo nome alle efelidi, nome complicato per dire “lentiggini”.
Era un’ossessione stramba e per la maggior parte delle persone, completamente assurda. Però c’era una logica in tutto questo.
Ofelia non aveva le lentiggini.
Fin da quando era stata in grado di issarsi con le manine cicciose oltre il marmo del lavandino del bagno, e di vedere sé stessa riflessa nello specchio, aveva desiderato averle. Sapeva cosa fossero perché sua madre ce le aveva. Era piena di puntini marroni ovunque sul volto, sulle braccia, sul collo.
La pelle di Ofelia invece era bianca e omogenea. Nessuna traccia di lentiggini, la sola cosa che aveva era un piccolo neo slavato e sbiadito sulla pianta del piede sinistro che negli anni era andato a scomparire quasi del tutto. Sul suo naso non c’era nulla, le sue braccia erano bianche e tristi.
Ofelia aveva i capelli neri esattamente come sua madre, ondulati e spessi, e gli occhi esattamente come suo padre, di un grigio scuro che non ammetteva possibilità di sbagliarsi sulla tonalità. E così era lei, non ammetteva repliche, qualunque cosa facesse.
La questione delle efelidi era nata a una cena di famiglia, e lì era anche morta, in verità.
Era arrivata in macchina all’agriturismo di famiglia, un posto bellissimo che Ofelia aveva guardato dal finestrino con il naso – il naso senza lentiggini – schiacciato contro il vetro, su cui si stava condensando una nuvoletta di sorpresa e meraviglia.
Ofelia aveva sette anni, ora bisogna pure dirlo. E come tutte le bambine di sette anni, si credeva grande ma, senza saperlo, amava essere ancora piccola. Come tutte le bambine di sette anni, amava anche i posti nuovi che sembravano cartoline, perciò, appena la macchina si fermò sulla ghiaia, Ofelia spalancò la portiera, non senza difficoltà, e si lanciò nel sole estivo, verso i vigneti oltre l’agriturismo, facendosi rincorrere dalla voce della mamma che le diceva di non allontanarsi troppo.
Girò il muro di pietra del casale e urtò contro una bambina più alta di lei. Si allontanò dalla sconosciuta e la squadrò da capo a piedi. Era più grande.
Quello che vide non le piacque affatto. Aveva le lentiggini. Non erano come quelle di sua madre, una spruzzata marrone sul viso, erano più chiare e solo sul naso. Però ce le aveva.
Un’invidia insensata e malsana prese lo stomaco di Ofelia, mentre guardava il volto della nemica.
– Ciao – disse quella.
Non poteva non rispondere, Ofelia lo sapeva. Era educazione.
– Ciao.
– Come ti chiami?
– Ofelia.
– Che nome buffo.
– Non è vero.
– Io mi chiamo Susanna.
A Ofelia venne da ridere. Susanna era un nome ancora più buffo del suo, le faceva pensare a qualcuno di pomposo e molle che non faceva alto che saltare su un cavallo a dondolo tutto il giorno. Anche questo pensiero non aveva molto senso, ma Ofelia lo lasciò scorrere come tutti i suoi pensieri strani.
Guardò le lentiggini dell’altra con insofferenza. Si rese conto che ce le aveva anche sulle mani.
– Cosa stai guardando? – le chiese Susanna seguendo il suo sguardo.
– Niente.
– Non è vero.
Si stava dimostrando una conversazione davvero noiosa. Ofelia si voltò per tornare indietro.
– Lo vuoi vedere il retro?
Ofelia si voltò di nuovo verso la sconosciuta.
– Cos’è il retro?
– Il posto dietro.
Sembrava qualcosa di interessante e misterioso, così Ofelia annuì. Avrebbe sopportato le lentiggini per un po’ di avventura.
– Va bene.
Seguì Susanna lungo un selciato delimitato da una rete, oltre la quale si estendeva un vigneto sconfinato.
Il “retro” consisteva in un garage enorme, aperto, che si affacciava sul selciato. Dentro il garage, una quantità enorme di strumenti da lavoro che Ofelia non aveva mai visto.
– Non toccare niente, puoi farti male – la avvisò Susanna.
Ofelia si trattenne dal farle il verso, incrociò le braccia dietro la schiena e iniziò a passeggiare a distanza di sicurezza, addentrandosi nel luogo misterioso.
Era semi buio e c’erano un sacco di cose interessanti. Secchi arrugginiti, sacchi deformi da concime, vasi, reti, martelli, barattoli, lastre di legno, ceste di vimini. Sembrava il covo di un vecchio falegname artista. Qualcuno che si costruiva cose di legno e poi le dipingeva, una cosa del genere. Un falegname artista.
Ofelia rifletté sul fatto che un falegname è per forza un artista, ma poi si ricredette ricordandosi che un falegname può anche limitarsi ad aggiustare solo gli oggetti senza fare nulla di artistico. Il suo falegname artista, invece, era in grado di dipingere tutto il legno che lavorava.
Quando voltò la testa per andarsene, credendo di aver esaurito tutte le cose interessanti da vedere, vide un barattolo.
Un innocuo barattolo dello stesso colore del sole che si rifletteva su ogni cosa nel garage, grosso più o meno quanto uno dei suoi peluches. Notando che non aveva il copertchio, si sporse per vedere il contenuto.
Lo sguardo stupito di Ofelia incontrò una superficie liscia, lucente e scura. Era oleosa e densa. Non riuscì a resistere e infilò un dito nel barattolo, toccandone il contenuto. La superficie si piegò, inglobando dopo un attimo il dito. Era pittura.
Ofelia ne rimase incantata. Aveva un colore marrone caldo ma al sole riluceva e sembrava quasi materia viva. Era bellissima.
La mente della bambina di sette anni registrò quella nuova scoperta con una strana emozione. Era marrone, di un marrone caldo e invitante, come oro fuso ma più scuro.
– Non toccare niente! – ripeté Susanna con un’insistente voce antipatica.
Ofelia ebbe il desiderio irresistibile di prendere il barattolo e rovesciarlo sulla testa di Susanna, e il pensiero sembrò insostenibilmente intenso quando si voltò verso di lei e vide le sue lentiggini alla luce del sole.
Quasi dorate, chiare. Uno spettacolo. Ofelia sentì una rabbia bruciante muoverla dalle viscere e le lacrime iniziarono a premerle sotto le palpebre.
– Che ti prende? – chiese Susanna avvicinandosi.
Ofelia non voleva darle la soddisfazione di vederla piangere.
– Niente.
– Dimmelo.
La voce di Susanna era tornata accettabile, sembrava quasi simpatica adesso. Ofelia tirò su con il naso – il suo naso senza lentiggini.
– Vorrei avere le tue lentiggini – disse timidamente.
Susanna la guardò per un attimo, stranita.
– Vorrai dire “efelidi”. – commentò con aria di superiorità.
Efelidi?
– Si chiamano lentiggini. – disse sicura.
– Sì, ma il nome scientifico è “efelidi”. Ho ragione io, vado già in prima media.
Ofelia non poté fare a meno di credere che avesse ragione. Dopotutto lei andava solo in seconda elementare.
Efelidi. Che nome buffo. Ofelia ci rifletté e un altro dei suoi pensieri strani le attraversò la mente: se Susanna aveva ragione, il vero nome delle lentiggini assomigliava incredibilmente al suo. Ofelia.
Uno strano sentimento nacque nel suo cuore, una delusione più viva di quella che aveva sentito in tutti quegli anni.
Si chiamava Ofelia e non aveva le efelidi. Era inaccettabile. Quel nome sembrava fatto apposta per le bambine che avevano le lentiggini, allora perché sua madre l’aveva marchiata con un nome così inadatto a lei?
Ofelia guardò il barattolo marrone e istintivamente si chinò per sollevarlo. Era molto pesante.
– Ti ho detto che non devi toccare niente! – gridò con voce isterica Susanna – Quella è pittura indelebile. Vuol dire che se ti sporchi, non ti si leva più.
Non ti si leva più.
Ofelia fece un passo indietro allontanandosi da Susanna, che stava cercando di toglierglielo dalle mani.
– Che vuoi fare con quello? – chiese spaventata, indietreggiando.
Quanto parlava. Ofelia sbuffò impercettibilmente.
Strinse la presa sul barattolo e immerse la mano. Avvertì un leggero pizzicore innocuo.
Non ti si leva più.
Susanna iniziò a urlare quando Ofelia aveva già preso una grossa quantità di pittura e se lo era già spruzzata in faccia con la manina di una bambina di sette anni.
Continuò urlare quando anche Ofelia iniziò a urlare, cercando di togliersi la pittura che le era finita negli occhi e spargendola sul viso.
Ofelia non sentì quando Susanna smise di urlare, perché aveva iniziato a piangere a causa del terribile bruciore agli occhi. Sembrava che gli fosse esploso qualcosa in faccia. Sentiva bruciare e non smetteva, e lei continuava a urlare.
Ofelia venne portata in ospedale dove dei dottori si presero cura di lei e le misero sugli occhi delle bende.
Le dissero che la pittura aveva fatto qualcosa di brutto e che la sua vista era compromessa. Uscì dall’ospedale un giorno che faceva già molto freddo e poté togliere le bende solo molti giorni più tardi.
I suoi occhi non tornarono più a vedere.
Tutti venivano a farle visita e quando la incontravano sembravano dispiaciuti per ciò che le era successo e le chiedevano come fosse possibile, parlando male del falegname artista che aveva lasciato la pittura incustodita.
La verità è che Ofelia non rivelò mai il vero motivo per cui quella pittura le era finita addosso.
Non vide mai più persone con lentiggini e la sua vita divenne più felice.

 

(Foto di Elena Prosdocimo. La socia nella foto sono io. La foto originale non è così, è stata tagliata da me medesima stessa.)