Come superare il blocco dello scrittore?

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Ah ah. Scherzone. Il Blocco dello scrittore non si supera MAI.

È lui che decide quando arriva e quando sparisce. Perché lui è il Dio, insieme all’Ispirazione, che decide cosa fare della mente – già compromessa – delle sue povere vittime.
Il Blocco è questo ente superiore che a un certo punto decide che TU non hai più voglia di scrivere un tubo. Nulla, a parte la lista della spesa.

Di Blocchi ne ho avuti un po’ nella mia breve e intensa vita. L’ultimo è iniziato più di due settimane fa e non è ancora sparito ed è uno dei più difficili con cui io abbia mai dovuto confrontarmi.

Il motivo?

Legge generale: Il Blocco ha sempre un motivo valido di esistere, peccato che lo scrittore in questione non sappia mai quale sia. Si può solo presupporre.

Nel mio caso, credo che sia la stanchezza. Sono satura di scrittura. Siamo a maggio e non ricordo un giorno da agosto scorso, a parte queste ultime due settimane, in cui il mio cervello abbia smesso di funzionare per riposarsi un po’, Natale e Pasqua compresi.
Sono molto contenta di ciò, perché sto iniziando a vivere di quello che voglio, ma sono stanca.

Non so come funzioni per gli altri scrittori, se il Blocco abbia un modo universale di manifestarsi o se per ognuno agisca in un modo specifico. Io lo immagino con una faccina buffa e maligna tipo i cattivi nelle storie di Scottecs, che ridacchia fra sé e sé del povero scrittore che ha designato come vittima.

Il Blocco su di me funziona così: nausea, smarrimento e senso di disperazione.
In questo atroce ordine.
Inizio con il fissare la pagina su cui dovrei scrivere qualcosa e rimango ferma le mezz’ore. Poi le ore. Scrivo e cancello.

Poi il Blocco si intensifica: inizio a non scrivere neanche più. Il peggio: inizio a cazzeggiare in giro trovando ogni scusa per non scrivere. Lo step più grave è quando mi metto a guardare Instagram o Youtube o Facebook, piattaforme che non riesco a usare per più di cinque minuti al giorno di solito (ok, a parte le Stories di Instagram, quando mi prende il piglio).

Il giorno che non apro neanche più il file su cui sto lavorando, il Blocco ha definitivamente completato il suo maleficio.
La cosa più brutta è dover chiudere il file di lavoro perché magari è arrivata ora di pranzo o di cena o di andare a dormire e rendersi conto di non aver scritto neanche dieci parole o di aver buttato giù solo roba scialba che verrà cestinata quasi sicuramente il giorno dopo.

Il Blocco più grave è quello in cui sono intrappolata adesso: se butto l’occhio sul computer o i miei quaderni, mi sale la nausea e non riesco neanche a provarci.
Lo smarrimento arriva subito dopo, perché non riuscire a fare la cosa che permette di esprimere la mia creatività e le mie emozioni destabilizza tutto il mio equilibrio mentale (già precario di suo).
La disperazione è la conseguenza di tutto ciò ed è di duplice natura. Da un lato c’è il “non sono più capace di scrivere” e dall’altra c’è il “se non riesco a scrivere, non ho più uno sfogo e non so cosa fare”.

Non ho più uno sfogo perché il mio sfogo è bloccato.

Non ho più uno scopo e la realtà non mi basta, perché se la realtà mi bastasse, non scriverei.
Ecco dunque il problema. A questo, ultimamente se n’è aggiunto un altro e il più grave: rispettare le scadenze, visto che non scrivo più solo per me stessa.
Oggi per esempio ci sono due persone che si aspettano che io scriva e le cui scadenze sono tenuta a rispettare, anche perché mi pagano. 

Ma il Blocco non se ne va.

Non pensavo che avrei mai più avuto un Blocco, ma ora ce l’ho e non so quando si scioglierà.

E la cosa peggiore è la disperazione del “non sono più capace di scrivere”. Quella è davvero terribile.
Pensare che la cosa per cui hai studiato e lavorato per gran parte della tua vita probabilmente non si adatta più a te e che tu hai sopravvalutato il tuo talento e che devi ricominciare tutto da capo perché probabilmente non sei davvero capace di scrivere ma è sempre stato tutto solo un gioco.

Mi sento così, perché il talento non basta. Serve costanza e concentrazione.
Il Blocco dello scrittore toglie entrambe dall’equazione e ti lascia da solo con la tua confusione mentale, il tuo pizzico di talento inutilizzabile, i dubbi esistenziali sul fatto che magari hai sprecato tempo, che non sei più in grado e che il Blocco è definitivo e non se ne andrà più.

Ma se ne va. A un certo punto se ne va.

A un certo punto, l’Ispirazione torna e tutto si mette a posto da solo. Un giorno, mentre stai guardando per noia una serie tv che conosci a memoria perché il tuo cervello è così stanco che non riesce neanche ad assimilare cose nuove, ti viene l’Ispirazione. Ti viene la voglia di scrivere. Ti viene in mente cosa scrivere.

Quella meravigliosa lampadina si accende, innescando una serie di reazioni istintive che liberano il tuo corpo dal torpore e lo infiammano di nuovo.

Bisogna solo prendersi cura di sé stessi e ricordarsi che, come ogni lavoro, la scrittura ha bisogno di mettersi in stand by ogni tanto e il cervello di riposare, per poi rimettere in moto le rotative.

 

(la foto è tratta dalla graphic novel Una Storia, di GiPi. Una grande storia meravigliosamente raccontata)

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DIARIO – Sabri la pazza furiosa

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Lunedì 23 Aprile 2018

Ore 9:04 – Letto, buio nella stanza perché Greta dorme e io non ho voglia di alzarmi per andare in cucina.
(Ora che ci penso, in cucina ci sono le Gocciole. Vado.)

Ore 9:06 – Divano della cucina. Gocciole incorporate e felicità.

Sono così stanca, presa da nuovi lavori e vecchie cose da terminare, problemi con le bollette, truffe di Eni, lavatrici che infeltriscono maglioni, cambio dell’armadio e inizio del caldo torrido, che non ho avuto la forza di fare nulla negli ultimi due giorni.

E quando dico nulla, in realtà intendo che l’unica cosa che sono riuscita a fare è stato mettere in ordine.

E’ una strana equazione.

Sembra che la mia stanchezza/frustrazione sia direttamente proporzionale al bisogno di mettere ordine fisicamente in casa. E più stanchezza frustrazione aumentano, più aumenta la meticolosità con cui sistemo TUTTA la casa.

A dodici anni, quando mi sono trasferita a Bergamo, ho avuto nella casa che abbiamo poi lasciato, un bagno tutto mio. Mamma e papà stavano nell’altro.

Ho dei genitori che mi hanno sempre reso partecipe dell’arredamento di casa nostra, spesso mettendo la mia opinione davanti alla loro. Ne sono molto contenta… ma c’è stato un incidente di percorso. Avevo scelto queste piastrelle rosse bellissime per il mio primo bagno privato, e fin qui ok. Ma poi c’erano queste due file di piastrelle decorative dello stesso tipo con disegnati dei cuoricini che ora mi chiedo perché. Perché?
In ogni caso, era il mio meraviglioso bagno privato, in perfetto pendant con i colori della mia camera e nessuno ci entrava a parte me e la mamma quando doveva fare la lavatrice.

L’idea che io abbia passato quattro anni della mia vita con un bagno mio sembra risalire a una vita precedente. Al momento ucciderei per avere un bagno tutto mio, eppure ricordo che all’epoca non ci davo troppo peso, anzi, in realtà lo trascuravo anche parecchio.
E ora mi chiedo come sia possibile che la stesa persona che lasciava quattro flaconi di sciampo vuoti sul bordo della vasca per settimane possa aver passato le ultime settantadue ore a riordinare tutta la casa. Anche le cose che avevo appena riordinato.

Mi aiuta a rimettere a posto il cervello.

Quando riordino, di solito sembro una pazza furiosa e parlo da sola. Il gene della chiacchierata solitaria l’ho preso dalla mamma, non è colpa mia. Lei però non sembra troppo pazza furiosa quando parla da sola perché comunque si muove in un modo tranquillo ed è abbastanza pacata.
Io quando parlo da sola e sistemo le cose, lo faccio con un po’ tanta energia. Sono precisa al limite del maniacale.

Oggi per esempio ho sistemato i primi due scaffali del coso a otto cubi dell’IKEA che io e Greta abbiamo comprato a 19 euro. Uno dei nostri migliori acquisti.

A volte mi alzo e vado a riordinare o fare una lavatrice quando è troppo tempo che scrivo, come se il mio corpo avesse bisogno fisico di muoversi e di mettere a posto il cervello.

Ora che ci penso… ho appena avuto l’illuminazione.

Prima non sentivo questo bisogno di riordinare perché usavo i ritagli di tempo per scrivere e andare di fantasia. Ora che invece passo la maggior parte del tempo a far lavorare il cervello di fantasia, il mio organismo ha bisogno di un po’ di logica. Per questo ho bisogno di riordinare: creare un posto per ogni cosa, incastrare le cose, pulire e sistemare tutto. Logica.

Che strane cose.

Comunque, dopo i due scaffali IKEA ho sistemato i cassetti della scrivania dove c’erano medicinali scaduti a febbraio e salviette umidificate pulisci-occhiali che sono la cosa più inutile che ci possa essere. Basta la maglietta di cotone per pulirsi gli occhiali, lo sanno tutti.

Mi rendo conto che posso sembrare una pazza furiosa quando metto a posto la casa. In realtà ci sono parecchie volte in cui sembro una pazza furiosa.

Per esempio quando fisso le persone in metro. Se qualcuno mi piace, lo fisso.
Se qualcuno non mi piace, lo fisso lo stesso nella speranza che si renda conto che lo sto fissando e si accorga della mia espressione vagamente disgustata. Avviene solo quando vedo qualcuno giocare con il telefono a quei giochi stupidi che ti mangiano il cervello e in questi casi, ovviamente, la persona in questione non si rende conto che la sto fissando.

Poi sembro una pazza furiosa quando parlo.

Chi mi conosce spero che ormai se ne sia accorto: io non so parlare. Smettetela di chiedervi perché gesticolo in un modo strano o mi mangio le parole, la verità è che semplicemente, non so parlare.
Problemi?
Qui ci starebbe un “io scrivo, quindi non ho bisogno di parlare”, ma Cris mi direbbe che non è una giustificazione e la devo smettere di dire stronzate.
Quindi non lo dirò.

Non mi vengono in mente altri momenti in cui sembro una pazza furiosa, ma sicuramente ci sono.
Comunque è’ stato divertente buttare via cose vecchie. E ora c’è ordine.

Avrei solo bisogno di un armadio in più, ma questa è un’altra storia.

 

(questa foto l’ha fatta Chiara, a cui voglio tanto bene. Le sue foto sono molto più belle di questa, ma anche quando fa foto a caso in mezzo a una festa, le vengono perfette. Su instagram è @c.c.c.claire).

DIARIO – Sabri, broccoli e pancetta

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Lunedì 26 Marzo 2018
ore 9:13

Stamattina mi sono accorta che mangiare broccoli non ha senso se per insaporirli ci aggiungo la pancetta affumicata della Conad, che rilascia grasso come fosse spremuta di arance.

E’ finito miseramente il periodo in cui avevo voglia di mangiare sano, quello in cui non ho toccato pasta, patate e roba grassa per due settimane… un lungo periodo.

Ora che mi sono disintossicata, posso tornare a mangiare schifezze. Per l’occasione ho comprato la salsa barbeque che a ogni pasto prende posto con fare tronfio sul mio tavolo. Si prende gioco di me.

Tornando a parlare di broccoli, in effetti non so cosa pensare.

I broccoli, per definizione, fanno parte della schiera delle cose sane che i genitori costringono i bambini a mangiare, quindi mi sento estremamente orgogliosa a nutrirmici (non so se esiste questa parola, ha un suono strano).
E questa è la vera questione paradigmatica: con accanto la pancetta, ogni proprietà dei broccoli viene annullata… però è anche vero che dopotutto loro rimangono pur sempre broccoli.

Probabilmente si scatena una contraddizione cosmica tipo buco nero, due entità fisiche diametralmente opposte che fanno il gioco della fune. Da una parte i broccoli e dall’altra la pancetta della Conad. Un terribile spettacolo meraviglioso.

Chi vincerà?

Credo la pancetta, se l’universo ha fame in quel momento. Anzi no! Vincono i broccoli, perché se l’universo ha fame ed è goloso, inghiottisce la pancetta nel buco nero e rimangono solo i cosi verdi.
And the winner is… broccolo!

Il fatto è che i broccoli da soli non sanno di niente. A meno che non ci aggiungi il dado in polvere, ma siamo di nuovo al punto di partenza: schifezze piene di conservanti VS ortaggi a foglia verde immacolati e ricchi di vitamine.
Io comunque sono abbastanza tranquilla. Mi sono messa l’anima in pace pensando che in ogni caso, i broccoli rimangono pur sempre broccoli, sia che li annaffi di dado in polvere sia che li anneghi nel grasso della pancetta. La fisica non è un’opinione.

C’è un’altra cosa di cui mi preme parlare: il latte di mandorla. Greta, la mia compagna di stanza, ce l’ha su con questo latte di mandorla, le quali mandorle devono essere contenute all’otto per cento e sull’etichetta ci deve essere scritto prima “mandorle” e poi “zucchero” che se no lo zucchero è troppo rispetto alle mandorle e altri casini di incommensurabile impatto sociale.

Io ho sempre bevuto latte normale di mucca – rigorosamente intero perché quello parzialmente scremato sa di acqua e non so come le persone riescano a berlo – però poi ho provato quello di riso, ed era da un po’ che volevo provare quello di mandorla.

Da quando ne ho il desiderio però sono successe cose strane: prima non c’era al supermercato, poi per sbaglio ho preso quello di avena (un prodotto facilmente dimenticabile senza rimpianti), poi mi ero dimenticata e ho fatto la scorta di quello di riso e ho dovuto finirmi quello… poi l’ho comprato finalmente, ma ho sbagliato e nel tentativo di fare qualcosa di sano l’ho preso senza zucchero.
Peccato che quello senza zucchero sappia di cose strane tipo acqua tinta, altro che “leggero sapore tostato” che recitava la scritta sulla confezione.

Quindi ho dovuto aspettare, finire quello e finalmente ho preso un latte di mandorla vero. Dolce. Molto dolce. Quasi imbevibile.

E qui la mia mamma, che io e papà prendiamo sempre in giro perché è l’unica persona al mondo che non ama il gelato perché è “troppo dolce”, questa volta aveva ragione. In effetti il latte di mandorla è davvero troppo dolce. Sembra di trangugiare zucchero.

Non lo so.

Forse tornerò a quello di riso che non mi dispiaceva o al buon vecchio succo di mucca.

Vedremo. Lo scopriremo solo vivendo.

All’orizzonte curvo

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Era arrivata da Garvyntown, passando per Livonn e fermandosi nei dintorni di Braldon Stok.
Il bus l’aveva preso sulla Phantom Avenue, rischiando di perderlo perché si era attardata a salutare i Von Borbon. Gente molto a modo. L’avevano ospitata per un mese e tre settimane, e in cambio Isanna aveva portato fuori il cane e rastrellato il fienile ogni venerdì pomeriggio.

Bastava il loro giardino e le loro mucche per vivere senza dar conto a nessuno. Isanna aveva amato la beata solitudine della loro vita lontana dalla mondanità.
Ora, mentre arrancava sotto il peso dei tre libri di letteratura che le aveva regalato George, il figlio dei Von Borbon con cui aveva fatto amicizia, e una busta piena di panini al salame, che non amava ma non aveva avuto cuore di rifiutare, sperava che il pullman l’avrebbe aspettata, per qualche strana annunciazione divina che aveva avuto il conducente.

Arrivò alla fermata con un solo minuto di anticipo e tirò un sospiro di sollievo.
Non c’era nessuno e cominciava già ad imbrunire. Il cielo era di un azzurro acceso che sembrava chiaro solo perché la notte aveva già annerito la parte inferiore di quello scorcio di mondo. L’orizzonte sarebbe stato l’ultima cosa a spegnersi.
I lampioni erano già accesi. Due file, gialli e artificiali che illuminavano l’asfalto. Una strada interminabile.

Isanna sospirò e controllò di nuovo la tabella degli orari attaccata al palo della pensilina, togliendosi un capello biondo che le era finito negli occhi. Forse era passato in anticipo e lei l’aveva perso.

Non era possibile, la strada era troppo lunga per non poterlo ancora vedere in fondo all’orizzonte. Quindi, se davvero fosse passato prima dell’orario, avrebbe voluto dire che era in anticipo almeno di dieci minuti.
Si sedette sul marciapiede e scrollò le spalle, liberandosi dal peso della chitarra e dello zaino. Aveva caldo e l’aria era troppo ferma. Si abbassò le cuffie argentee in modo che non le premessero le orecchie.
C’era un odore buono, il profumo dei campi in estate e dell’asfalto che si raffredda dopo una giornata assolata. A Isanna ricordò quando era piccola e d’estate giocava con i suoi amici sulla strada davanti a casa. Inspirò a fondo parecchie volte, fino a sentire la testa girare e le venne da sorridere.

Due piccole capocchie di spillo gialli spuntarono da lontano, seguiti dal rombo del motore. Era un mezzo piccolo e non squadrato, non poteva essere il pullman. Man mano che si avvicinava, Isanna fantasticò su chi ci fosse alla guida. Una vecchia signora, un ragazzo, un tipo distinto di mezz’età.
La macchina le passo davanti sfrecciando, sollevando una piccola nuvola di polvere color ocra. Una giovane donna alla guida. I fari divennero rossi e si rimpicciolirono, il rombo scomparve e tornò il silenzio.
Chissà se la famosa Route 66 assomigliava un po’ a quella strada.
L’azzurro perdeva luminosità ogni secondo che passava e veniva sostituito da un’enorme nuvola violacea che nascondeva l’ultima parte dei raggi del sole.
La brezza si alzò, tiepida e profumata di erba. La nuvola si spostò e il sole, già scomparso, la incendiò di rosa e arancione.
C’era solo Isanna a godere di quello spettacolo maestoso.

Ma il pullman non passava, il tempo scorreva e il rosa sfilacciato della nuvola che ora si disfaceva con il vento, si tingeva velocemente di viola cupo. Cominciava a fare un po’ di freddo. Isanna srotolò le maniche della sua giacca di jeans e si premette le mani sugli occhi.

Aveva perso la corsa… o il pullman non era mai passato?
Guardò la strada deserta.
Era rimasta sola.
Sola, con una chitarra da una parte e lo zaino dall’altra. In bilico sull’orizzonte curvo, mentre diventava parte della skyline frastagliata di alberi lontani.

Sola, sotto un cielo che non voleva desaturarsi.
Avrebbe potuto affrontare qualunque cosa.

A tentoni nel buio

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Da piccola mi piaceva il buio a giorni alterni. Non era tanto il buio a farmi paura, quanto il fatto che ero da sola nel buio… ma in realtà a volte giravo da sola al buio e non avevo paura. Non lo so.
Ero nel letto e vedevo la luce nel salotto e sentivo mamma e papà che parlavano. Mi addormentavo così, con la porta aperta, e non avevo paura. Era bello stare da sola ma sapere che c’era qualcuno, solo se volevo io.

Ma poi mi svegliavo in mezzo alla notte e il buio non era illuminato dalle luci del salotto ma da quella di lampioni freddi e bianchi nella strada. La casa era silenziosa e mamma e papà dormivano.
Era lì che io avevo paura, mi sentivo sola e non protetta. Ma solo quando ero nel letto.
Poi mi alzavo e andavo in bagno e solo quando c’era da tornare a letto mi veniva di nuovo paura.
Ero da sola e se avessi avuto bisogno, non c’era nessuno. Ecco cosa faceva la differenza.
Infatti andavo a rompere le scatole ai miei. Papà si svegliava subito, la mamma ci metteva una vita perché aveva il sonno più pesante. E mi mettevo nel lettone.
Poi a un certo punto ho iniziato a prendere la coperta dal mio letto e mi mettevo in fondo ai loro piedi senza svegliarli. Mi rendeva molto orgogliosa e l’obiettivo era raggiunto comunque.

I miei sogni erano strani.
Prima di addormentarmi vedevo tante forme geometriche strane, come allucinazioni. Più mi concentravo, più i disegni si muovevano sulle mie retine e diventavano più complicati. Erano colori e forme concentriche.
E poi mi addormentavo.

A volte facevo gli incubi.
Me ne ricordo due, uno che è stato il peggiore fino a quando il peggiore non è diventato peggiore del primo. Terribile, ancora me lo ricordo come un sogno lontano. Il primo era una cosa stupida, c’era un mio amico di infanzia che mi seguiva con la faccia deformata ridacchiando e io stavo semplicemente ribaltando i guanti di gomma appoggiata alla vasca, come mi ha insegnato mia mamma, soffiandoci dentro, e sapevo che lui sarebbe venuto e mi avrebbe fatto paura.
In realtà il mio amico in questione non solo mi era sempre apparso completamente innocuo, ma spesso mi sentivo più minacciosa io di lui, piccolo e mingherlino. Cose strane.
Il secondo invece era un sogno di morte da cui deriva la mia fobia per tutto quello che riguarda gli occhi e le maschere bianche.

Ricordo con uguale precisione la sensazione che ho avuto quando mi sono svegliata da uno dei sogni più belli che ho fatto. Il sogno non me lo ricordo minimamente. Ricordo i colori della spiaggia, quindi presumo fossi in spiaggia. Nient’altro.
Mi sono svegliata felice. Strano che solo dormendo l’umore possa cambiare così in fretta.

Ricordo che c’è stato un periodo da piccola in cui avevo davvero tanta paura del buio. Sarà durato qualche settimana, ma in quei giorni ricordo il terrore nel pensare che sarebbe durata per sempre e che io sarei diventata una donna adulta costretta a tenere la luce sul comodino accesa perché ha paura. Pensavo di essere patetica.
Ricordo di aver pensato che ero condannata a non vivere mai da sola ma stare sempre con mamma a papà.

Poi la paura del buio se n’è andata, semplicemente. Un giorno c’era e il giorno dopo no. Non è stato graduale. Puff, dalla mattina alla sera.
E ho iniziato a prendere l’abitudine di non accendere mai le luci quando non fosse necessario, anche e soprattutto nel buio pesto.

Andavo a tentoni nel buio, con gli occhi chiusi, e pensavo che mi sarei allenata per quando fossi diventata cieca, visto che la mia vista peggiora da quando ho nove anni e io sono sempre stata più tragica di quanto effettivamente aveva senso essere. (No, non credo che diventerò cieca, anche se sono quasi una talpa).

Ancora adesso vado a tentoni nel buio. Mi calma. Chissà perché.