Quando volevo fare la modella

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Vi ricordate il vestito azzurro che avevo indossato al colloquio con il tipo delle assicurazioni di cui ho parlato nell’articolo scorso?

L’ho indossato anche a un provino per un’agenzia di moda a Roma. Alla fine del colloquio la tipa mi aveva guardata dall’alto in basso e aveva detto “qua bisogna fare un lavoraccio per metterti a nuovo perché in quanto a stile non ci siamo proprio.”

Quella è stata la prima volta che ci ho provato, ma oggi voglio raccontarvi l’ultima, una storia di hotel di lusso, tacchi Louboutin, casellanti indemoniati e… dei miei capelli tagliati.

Era il periodo in cui avevo iniziato a cercare lavoro come attrice e avevo trovato un’agente che non chiedesse soldi in anticipo. Avevo bisogno di un book e una mia coinquilina che frequentava lo IED mi aveva chiesto di farle da modella per dei servizi fotografici a scuola. Le foto erano venute una bomba e mi era nata l’idea che potevo sfruttare la mia bella faccia per fare soldi facili anche facendo la modella. Oltre alla mia agente di cinema e televisione quindi, avevo trovato questa agenzia di moda milanese. Una delle agenti è quella con cui ho avuto a che fare io. La chiamerò con un nome di fantasia, perché se scoprisse questo articolo, potrebbe mandarmi dei cecchini a casa. La chiameremo Pollon.

Pollon mi dice per telefono che lei sarà a Roma proprio in quei giorni per dei provini e che posso andare da lei così ci conosciamo.

Greta, che fra altre mille cose è anche costumista, mi presta tacchi e camicetta che mi fanno sembrare, come dice lei, “una persona vera”.

L’ufficio in cui si terranno i provini si trova oltre l’EUR, in un posto inculatissimo che per raggiungerlo ci vogliono preghiere e autobus inesistenti. Piove e mi sono dimenticata l’ombrello, quindi mi tocca una bella traversata nei meandri di Roma sud con pozze alte mezzo metro. Tutto molto bello.

L’ufficio è una cosa immensa con segretarie impomatate e riviste femminili, e davanti a me c’è una ventina di ragazze, alcune di un livello di bellezza normale, altre semplicemente provenienti da un altro universo, e poi Lei. Pollon.

musichetta da Super Quark

Pollon ha 50 anni e non vuole più crescere. Anche perché in altezza ha già raggiunto il massimo auspicabile: un metro e ottanta di nervi e autoabbronzante, sovrastati da una frangia rosa e capelli rasati sulla nuca (i capelli sono fantastici). Labbra rosse, fard che copre le rughe, tacchi 15 con plateau. Gli short di raso e la giacca di latex lasciano intravedere anni di yoga e palestra che combattono fieramente contro l’età che avanza, riuscendoci piuttosto bene. Tette in fuori, mento alzato con sdegno, perché lei è una dea e nessuno la può toccare. Il sorriso è più accecante degli abbaglianti di un’auto, la sua voce più squillante di un clacson prolungato alle tre di notte. Quando si muove, capisco che colui che ha deciso di dare nomi femminili agli uragani, aveva conosciuto di persona questo strano essere sovrannaturale.

I suoi occhi pesanti di mascara waterproof si posano su di me.

– Che bella! – esclama trapassandomi con i suoi occhi-raggi X dalla testa ai piedi. Una leonessa che vede un’antilope.

Tre baci sulle guance. L’impronta dell’autoabbronzante mi marchia a fuoco.

– Ma tesoro, come ti sei conciata? Non puoi venire a un provino così!

Se l’avete letto con la voce di Crudelia De Mon quando parla con Anita, avete fatto centro.

Inizia a parlottare fitto fitto con un’altra ragazza, una tipa cinese meravigliosa, con i capelli viola e la faccia immacolata. Vengo abbandonata a me stessa fino a quando non entra un’altra ragazza con la mia stessa espressione smarrita.

Pollon si alza, meravigliata.

– E tu chi sei?

La poverina si guarda intorno, forse per cercare un sostegno che non troverà.

– Ci siamo sentite per telefono, mi chiamo…

– Ah, non mi ricordo. Ma non vai bene, puoi uscire, grazie.

Pollon chiude la porta e ride di gusto.

– La moda non è per tutte, ragazze. Cosa mi tocca vedere…

Finalmente arrivano i due direttori casting dell’azienda che devono farci il benedetto provino. Baci, abbracci e strilletti concitati, ci mettono in fila una accanto all’altra mentre e iniziano ad alzare e abbassare l’indice per scegliere le ragazze.

Il timido “grazie, arrivederci” di chi imbocca la porta viene ampiamente ignorato da Pollon. Io vengo scelta solo perché ho i capelli abbastanza lunghi e finalmente mi viene detto in cosa consisterà tutto ciò: un evento per parrucchieri a Rimini.

Mi taglieranno i capelli in diretta.

Sbianco, pensando al mio mezzo metro di ricci a cui sono affezionatissima.

Il tipo mi rassicura dicendo che lascerà i capelli lunghi di sotto e li farà più corti sopra. Accetto senza sapere perché. Potete immaginare la felicità di Pollon: ero appena diventata la sua antilope d’oro. Baci, abbracci, altri urletti eccitati. Firmo il contratto.

L’evento è fissato di lì a un mese, che vivo davvero malissimo, sia perché ho modo di rendermi conto che mi taglieranno i capelli, sia perché la mia agente di cinema mi aveva proposto un provino per il film La Ragazza nella Nebbia. Se l’avete visto, sapete che cercavano ragazze con i capelli rossi naturali. Ho fatto il provino ma non mi hanno presa. Che il motivo sia stato perché non ho recitato bene, è probabile. Fatto sta che mi avevano chiamato per una call back ma quando mi ero ripresentata settimane dopo l’evento con i miei capelli tinti di rosso-viola e il taglio troppo moderno, mi hanno scartata. Vi lascio immaginare quanto ho rosicato.

Comunque.

Per l’evento partiamo alle sei di mattina perché Pollon non vuole che andiamo in treno (“mai nella mia vita lascerei una mia modella senza la mia supervisione!”).  Una cosa molto carina da parte sua. Con me ci sono altre sette ragazze, una sarà la mia compagna di stanza: quindici anni, unghie perfette, corpo da urlo, anche piuttosto simpatica. Guardandola capisco che c’è chi è nato per fare questo lavoro. L’hotel in cui alloggiamo è pazzesco. Lampadari, cose moderne, velluto, tizi in divisa.

Arriviamo giusto in tempo per la prova costume. Una pena. Io sono al limite del ridicolo. Almeno non c’è il disagio di spogliarsi davanti a sconosciuti, ormai sono temprata dalle mie brevi ma significative avventure di prova abito da attrice… un giorno le racconterò, c’è da ridere.

Comunque, sono in mutande davanti a dieci persone che scelgono per me un vestito floreale lungo fino alle caviglie con maniche e scollo talmente ampi che non mi vedo i piedi e questo è un problema perché i sandali Louboutin di quindici centimetri non mi renderanno la cosa facile.

Sono terribilmente fuori posto. Sono tutti gentili ma io mi sento un manichino e non posso farci niente. Poco prima mi avevano anche tinta: i miei capelli si nascondono dietro a uno strato di rosso Tiziano innaturale.

Il pranzo è un’altra chicca: due scelte, sia per il primo che per il secondo. Per primo c’è parmigiana di melanzane o riso in bianco. Per secondo, pollo con funghi o insalata. Mi avvicino al tavolo e chiedo all’inserviente la mia parmigiana e il mio pollo. La catasta di parmigiane e polli è praticamente intatta, mentre la pila di riso e di insalata è saccheggiata. Io penso seriamente che i modelli siano degli eroi.

Pollon va e viene a intervalli regolari, maledicendo persone a caso, facendosi portare caffè da assistenti truccatori e chiedendo se qualcuno le può rifare il make up. Mi ronza intorno come una mosca molesta, in realtà più alla mia compagna di stanza. Le hanno messo addosso uno splendido vestito da Madre Natura.

In ogni caso, arriva il mio grande momento. La sfilata e il taglio di capelli in diretta.

Quasi inciampo nel prato finto, ma niente di grave, poi mi tagliano i capelli. Enormi ciocche lasciano la mia testa e cadono sul prato finto. Intorno a me sembra un campo di battaglia. Non ci sono sopravvissuti.

E la cosa strana è che mi sento euforica e leggera. Mi ricordo una singolarissima sensazione nel toccare i miei capelli alla nuca, come se mi fossi liberata di un enorme peso. Sono davanti a centinaia di persone, vedo la mia faccia sui monitor e non posso né disperarmi né esultare. Aspetto a basta.

Quando usciamo dal palco, tre delle sei ragazze scoppiano in lacrime per i loro capelli tagliati troppo. Io sono troppo felice, mi sento un’altra persona e non provo nostalgia per la vecchia Sabri.

La questione sembra chiusa e mi preparo ad andarmene, ma sento urla di rabbia da una delle stanze di trucco. Madre Natura sta litigando con Pollon e due parrucchieri. I suoi capelli sono un cespuglio diviso in due parti. Una roba sicuramente ultra moderna e fighissima ma poco adatta ad uscire di casa. In realtà è piuttosto orribile. È arrabbiatissima e Pollon cerca di consolarla e di placare la furia di Madre Natura, che è scontenta di lei. Una tragedia per Pollon perché Madre Natura è un ottimo investimento com modella e non vuole lasciarsela scappare.

Pollon quindi cercherà per buona parte del viaggio di ritorno di farle le moine, per evitare che Madre Natura scateni la sua ira funesta contro di lei.

Arriviamo al viaggio di ritorno, in assoluto il viaggio più surreale al quale io abbia mai partecipato. E io viaggio parecchio.

Pollon alla guida dell’auto, Madre Natura accanto a lei e io dietro, felicemente esclusa dai loro discorsi.

Partiamo alle tre di pomeriggio da Rimini. Google maps dà tre ore e mezza di tempo, noi ce ne metteremo più di sette.

Io sono del tutto abbandonata a me stessa, perché Pollon si è resa conto che sono totalmente negata per la moda e quindi tutta la sua attenzione è per Madre Natura. Madre Natura, dal canto suo, incanala la sua frustrazione per i capelli tagliati in una rabbia crescente. Pollon cerca di calmarla, iniziando dal più tranquillo “ricresceranno!”, al più disperato “dammi un anno e andiamo a Victoria Secret, ti faccio entrare nella selezione di questo autunno, sarai la mia top!”

La sua top, lo sono stata anche io, quando cercava di convincermi a venire al provino.

Torniamo al viaggio.

Al volante, Pollon è proprio uno quei uragani a cui danno il nome femminile. Scopro inoltre che il suo mantra esistenziale “bisogna avere sempre energia positiva”, è più potente di quanto pensassi. Lo ripete continuamente. La sua irritazione cresce esponenzialmente ogni minuto che passa e più cresce, più urla “energia positiva”. Fino alle sette di sera tutto a posto, Madre Natura sembra placata e il viaggio procede tranquillo. Poi inizia il traffico e la frustrazione sale esponenzialmente. Pollon riceve una chiamata dal suo capo per dei problemi con una modella. Si fa venire il sangue amaro. La sua guida si fa se possibile ancora più spericolata. Non rispetta nessun segnale, supera a destra, mangia al volante. Non ci fermiamo in un autogrill a cenare perché “devo tornare a casa a farmi fare un massaggio, cavolo!”.

Inizia a parlare con sempre più insofferenza dei suoi capelli. Se alle cinque elogiava i parrucchieri con cui abbiamo lavorato oggi, alle otto ne dice peste e corna. E comunque vuole cambiare colore, li farà blu.

In tutto questo marasma di energie contrastanti, Pollon crede di sapere la strada perché “basta andare in giù e poi a destra, no? Ci saranno le indicazioni!”.

Entriamo in autostrada e sbagliamo strada. Per due volte. Dopo un’ora a vuoto, decidiamo di mettere il navigatore. Sbagliamo strada allo svincolo, questa volta ammetto, per colpa mia, perché tardo a darle indicazioni visto che starnazza come un’anatra in calore. E a un certo punto…

– Mi sono stufata! Andiamo su a Bologna, da lì so come tornare a Roma.

Non so se siete ferrati in geografia, ma Bologna non è esattamente sulla strada da Rimini a Roma…

Io sono sempre più basita. Madre Natura chiacchiera al telefono con persone  ignare della vita e non si cura di noi.

A un certo punto, il cellulare squilla. È il compagno di Pollon che le chiede gentilmente dove sia, dato che siamo partiti sei ore fa. Ma non è il momento migliore perché siamo arrivate al casello automatico. Pollon si destreggia fra banconote, cellulare ed energia negativa.

Urla in vivavoce. Volume rapidamente in crescita, fila di macchine dietro di noi che aspettano.

– Non so dove siamo, smettila di assillarmi! Tutte le volte mi chiami per chiedermi cose e mi trasmetti energia negativa! Io ho bisogno di energia positiva, chiaro? Sono stufa di tutta questa negatività, sta andando tutto male, odio questa macchina, la odio! Il navigatore è rotto e questo cellulare anche! Odio l’autostrada e odio queste persone dietro di noi che rompono!

Nel frattempo, c’è stato un errore al casello e non riesce a pagare in contanti. Le dita laccate pigiano inutilmente sulla macchinetta. Clacson a tutto spiano.

– La devi smettere di chiedermi dove sono, hai capito? Arrivo quando arrivo, la devi smettere, non so che ci sto a fare con te! Ho bisogno di energia positiva, energia positiva, ENERGIA POSITIVA!

Nel frattempo, preme il pulsante rosso del casello per chiedere aiuto. Inizia questo triangolo di discussione, Pollon che urla al suo compagno e Pollon che urla all’operatore del casello.

– Qua non funziona niente, è possibile che io debba vivere con tutta questa energia negativa? Non funziona! Senta, la smetta di assillarmi, le dico che non funziona!

Non capisco più a chi si rivolge, è un turbinio di emozioni di inconcepibile clamore, poi si volta con lo sguardo fiammeggiante e mi punta il dito contro.

– Sei tu che hai sbagliato a dirmi la strada! Ora vai a pagare l’autostrada al casellante, visto che qui non funziona niente! E tu finiscila di urlarmi addosso, ho detto che non funziona niente!

Mi mette in mano i contanti. Esco dalla macchina senza farmi domande mentre lei mi fa segno scocciata di salire la scala che porta all’ufficio del casellante. Non sono mai uscita da una macchina al casello e sono agitata. Corro, busso a una porta qualunque. Vedo la furia di Pollon di sotto, ha aperto la portiera dell’auto e fa gesti insofferenti alle macchine di dietro.

Il casellante sta mangiando. Mi apre la porta infastidito, chiedendomi cosa diavolo voglio, visto che è in pausa e che c’è un altro operatore che risponde alla macchinetta, e non devo andarmene in giro per l’autostrada da sola a bussare alla gente che sta cenando.

Sono mortificata e cerco di spiegargli la situazione, lui accetta il pagamento in contanti e mi fa la ricevuta… prima di scoprire che mancano cinque centesimi.

Giù di nuovo per la scala a perdifiato, mentre divento il bersaglio degli automobilisti in attesa che ora urlano anche a me. Madre Natura guarda la scena serafica da dentro l’auto. Torno da Pollon, le dico l’errore, lei insiste per controllare lo scontrino, poi mi dà cinque centesimi contati, lamentandosi di quanto costino le autostrade. Torno dal casellante, risolvo la cosa, scendo di nuovo ed entro in auto.

La benedetta sbarra si alza, mentre Pollon dice qualcosa tipo “ma vai a lavorare” alla voce dell’operatore oppure al suo compagno, non è molto chiaro a questo punto. Preme il tasto rosso interrompendo la chiamata sul cellulare e sgomma via.

Si placano gli animi.

Arriviamo a Roma un’ora e qualche “voglio solo un po’ di energia positiva!” più tardi. Dopo più di sette ore di viaggio, con quasi quattro ore di ritardo, io sono distrutta. Pollon mi dice che può accompagnarmi a casa ma ci vorrebbe un’altra mezz’ora in sua presenza e allora la imploro di lasciarmi al capolinea della metro. Nella fretta di andarmene, mi dimentico la valigia nel suo bagagliaio. Ho ancora il messaggio vocale esasperato di quando se n’è accorta, prima che me la riprendessi. Mi rifugio a casa di Cris, che mi guarirà con la sua calma e il suo cibo barese e mi scatterà una foto che guarda molto spesso perché dice che sono molto Sabri: indosso uno dei suoi pigiami buffi e ho un’espressione esaurita ma sollevata in faccia.

Questa è la storia della mia breve ma intensa carriera da modella.

Quando volevo fare la venditrice di assicurazioni

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È successo quando avevo appena finito il liceo ed ero tutta eccitata perché in un solo mese mi erano arrivate due offerte di lavoro.
Già mi vedevo con buoni soldi a fine mese e la libertà di rinfacciarlo a chi dice che i giovani ci mettono anni per trovare lavoro.

Ovviamente non avevo idea di un tubo di niente. Se possibile, ero ancora più piccola e ingenua di ora.

Vi basti pensare che la prima cosiddetta “offerta di lavoro” proveniva da un’amica di un’amica di mia madre che aveva buttato lì un giorno che le serviva una baby sitter. Mai più risentita.

La seconda offerta di lavoro invece, faceva ben sperare: qualcuno del mio liceo aveva dato il mio nominativo per questa azienda che cercava ragazzi giovani… per fare cosa? Ora vi spiego.

Partendo dal principio, la cosa mi era pure suonata strana perché avevo una media tutt’altro che alta. In ogni caso, per vie traverse mi aveva chiamata questo tizio parlando di un’azienda in via di sviluppo. Erano assicuratori. Prometteva un sacco di soldi ai diciottenni diplomati che avevano voglia di fare carriera.

Il giorno del colloquio, il mio primo vero colloquio di lavoro, indossavo il mio vestito azzurro estivo, quello che ho preso l’abitudine di indossare a colloqui e provini in estate.

Troverete un approfondimento sul mio legame con questo vestito nel prossimo articolo “Quando volevo fare la modella“. Sintonizzatevi sul mio blog giovedì prossimo.

Ma torniamo all’appuntamento con il tipo dell’agenzia degli assicuratori.
L’edificio era del tipo vetro e metallo. Una cosa enorme, con anonime pareti grigie e segretarie vestite bene. Una ragazza mi viene incontro, venticinque anni, una maschera di presunta importanza al posto di una qualunque espressione umana. Plastica su un corpo femminile troppo ben curato.
Corridoi, aria condizionata, arriviamo alla porta dell’ufficio del tizio. Lui si doveva far aspettare, ovviamente, quindi mi riceve dopo un quarto d’ora. Entra anche la Ragazza di Plastica, mani dietro la schiena e postura da guardia del corpo.

Lui è robusto e troneggia dietro alla scrivania. Ogni cosa lì dentro è impersonale, compresi i due damerini che mi fissano. Il mio vestito azzurro è troppo colorato per i loro standard.
Il gorilla impomatato si alza. Stretta di mano da uomo dominante, la giacca che si tira sulle braccia come se stesse per esplodere. Ha degli occhiali severi e un taglio di capelli all’ultima moda, gellati come un sedicenne. Già mi dà fastidio. Il mio curriculum di tre pagine viene spinto timidamente verso di lui. Guarda solo la foto come per rispondere alla domanda universale: “è una che ritocca le proprie foto?”.

Mi parla per un’ora, riempiendo sessanta minuti della mia preziosa esistenza di chiacchiere inutili. Quando uscirò da lì non ricorderò nulla di quello che mi ha detto.

Non ho bisogno di convincerlo o di fargli buona impressione: ha già deciso che devo incominciare a lavorare per loro e per una mezz’ora gloriosa mi fa sentire la punta di diamante dell’azienda. Io sono tutto ciò che stanno cercando.

Poi capisco: “venditore di assicurazioni” significa che devi iniziare a fare una lista di persone, a cominciare dai tuoi familiari e vendere più assicurazioni che puoi. L’idea di iniziare a prendere in giro i miei parenti e amici mi rivolta lo stomaco.

Nessun pagamento anticipato. Tutto quello che guadagni, lo fai sulla pelle delle persone. Non sono queste le sue parole, però: mi promette enormi guadagni e scrive un mucchio di cifre sul blocchetto per gli appunti dice che raggiunta una certa soglia divento tipo Dio e avrò dei sottoposti e guadagnerò sui loro guadagni.
Gli dico che non sono convinta, che devo pensarci e che soprattutto fra quattro mesi mi trasferisco a Roma.

E succede qualcosa che non mi era mai successa prima, nei miei diciotto anni (e che negli anni a venire succederà fin troppo spesso, ma ancora non lo sapevo).

Chiede
– Perché?
– (Cazzi miei, penso) Per studiare cinema.
– E dove studierai?
– (Cosa te lo dico a fare? Non conosci le scuole di cinema) In un’accademia.

Nessuna reazione. Un debole entusiasmo si è riacceso in me, dato esclusivamente dal fatto che la mia mente è tornata al pensiero dei miei progetti futuri, della mia scuola di cinema che non vedo l’ora di iniziare e della mia nuova vita in un’altra città. Le belle sensazioni finisco appena lui riprende la parola, dopo un attimo di silenzio.

Il gorilla guarda la prima pagina del mio curricul, sorride e scuote la testa.
– E’ bello avere dei sogni. Pensa che io ho studiato in conservatorio, sono diplomato.
– (Non mi interessa) Ah, sì? E cosa suonava?
– Violoncello. Ma non funziona, Sabrina, non funziona. Io ho provato, ma non funziona mai. Vuoi davvero trasferirti a Roma per inseguire un sogno che non ti darà nessun soldo e nessuna soddisfazione? Fossi in te, ci ripenserei. Resterei qui a Bergamo, che di possibilità ne ha tante.

Il mio stomaco si contrae come se fosse stato strizzato.
– (Allora sei davvero patetico come sembravi) Ho prenotato già la camera in affitto.
– Non importa, Sabrina, non importa. Vedi, è lodevole quello che cerchi di fare, ma non ti porterà da nessuna parte. Anche io avevo dei sogni, poi ho provato a fare questo lavoro così per gioco e ora mi ritrovo dopo soli tre anni a capo di un reparto. Quanti anni mi dai?
– (Sei vecchio dentro, brutto pupazzo gonfiato) Non saprei.
– Ne ho ventisette. Credi che sia cosa da tutti avere un lavoro del genere a ventisette anni? Il violoncello non mi dava da mangiare. Tu ora sei giovane e credi di essere l’eccezione, credi che ce la farai. Io ti consiglio di ripensarci.
– (Neanche trent’anni e sei un povero fallito) Io ci provo, poi vedrò.

Sono un po’ nauseata e come tutte le volte che mi sento attaccata visceralmente, non riesco a ribattere e mi limito a timide risposte neutre. Seguono battute inutili. Alla fine decido per sfinimento di accettare la sua proposta di partecipare a un seminario, il giorno dopo e quello seguente. Quattro ore più otto il giorno dopo. Il primo di una serie di seminari a cui dovrò assistere per iniziare a fare questo lavoro, e guadagnare soldi veri.

Attenzione, il racconto sta per assumere connotati thriller. Torno a casa per niente convinta, ma so di essere manipolabile e mi sono lasciata abbagliare dalla promessa di migliaia di euro mensili, comodamente fatti da casa.

Il giorno dopo quindi sono davanti alla porta. Mi accoglie la Ragazza di Plastica. Scopro di essere per lei una di quei sottoposti di cui parlava il Gorilla, una che le farà guadagnare di più.

Ci sono tantissime altre persone, tutte eleganti. Donne e uomini dai quaranta ai sessant’anni. Sono l’unica così giovane e sono l’unica di nuovo ad essere vestita in un modo strano. Questa volta per non attirare troppo l’attenzione, il mio vestito è bianco e nero.

Il Gorilla ci viene incontro. Di nuovo giacca e cravatta, di nuovo tessuto che tira sui muscoli e capelli lucidi. Mi squadra visibilmente da capo a piedi soffermandosi su certe zone del mio corpo e perde all’istante altri cinquanta punti, dicendo:
– Beh, devo farti i complimenti.
– (Accidenti, mi fai sempre più ribrezzo) Grazie.

Viscido, ma sono occupata a essere a disagio per tutto il resto: intorno a me gli altri sono eccitati. Si respira un’atmosfera fatta di petti in fuori, occhiate inquisitore e parole già impregnate di competitività. Tutto è finto, lo sento addosso.

L’aula è un trionfo di soggezione e autorità. Tavolate lunghissime messe a quadrato, in modo che tutti possano guardare tutti. Ognuno di noi è affiancato dai rispettivi “supervisori”. La Ragazza di Plastica sembra molto compiaciuta.

Raccontare le successive quattro ore sarebbe inutile: è un mix agghiacciante: venditori incalliti che ci insegnano a vendere (nessuno si accorge che stanno cercando di vendere anche a noi le stesse cose di cui parlano), aneddoti scadenti, reazioni assurde… mamma mia. Non avete idea delle reazioni delle persone sedute a quel tavolo. Tutti con la bava alla bocca, a sorridere e annuire con occhi a cuoricino verso gli dei che li hanno prescelti e che promettono carriere d’oro.

Io sono semplicemente basita. È come se nel mio cervello qualcosa non funzionasse, mi sento come una mela in mezzo a una cesta di insalata. Anzi, una mela in mezzo a confezioni di spazzolini da denti. Avete presente quando al supermercato c’è un prodotto del tutto fuori posto in mezzo agli scaffali? Non c’entro assolutamente niente qui.

Inizio a prendere appunti perché guardare le espressioni scintillanti delle persone mi fa venire mal di stomaco. Durante la pausa, il Gorilla viene da me e mi chiede come sta andando. Proprio non riesco a fingere e non rispondo, limitandomi a un sorriso tirato.

Ma è alla fine che esplodo. Il convegno deve finire alle sei, ma una dei presidenti ci tiene tantissimo a raccontarci una storiella e quindi facciamo tardi. Racconta la storiella, non sto scherzando, come la racconterebbe una maestra delle elementari ai suoi studenti seienni. Con tanto di faccine, mimica infantile e frasette che neanche i Puffi. Sono sempre più allibita, ma a quanto pare sono l’unica mela fra gli spazzolini.

Ritardiamo di un’ora e mezza e io sono incazzatissima anche perché fuori da questo inferno c’è il mio ragazzo di allora che mi stava aspettando in macchina. Santo uomo, lui e la sua pazienza. Voglio uscire e dimenticare di essere stata qui. Mi viene ricordato dalla Ragazza di Plastica che domani mi aspettano otto ore di questo supplizio. L’ultima goccia di resistenza evapora all’istante.
– (No, non esiste proprio). No, non esiste proprio.

Sono molto fiera di me per aver detto ciò che penso, all’epoca non succedeva spesso. La Ragazza di Plastica ha l’aria di chi ha preso uno schiaffo in piena faccia. Mi chiede cosa intendo, sorridendo. Credo che qui dentro nessuno abbia detto qualcosa di meno cortese di “devo andare in bagno”. Vorrei darle un altro schiaffo, stavolta vero. Dice al Gorilla che forse dovrebbe parlare con me e andiamo tutti e tre nel suo ufficio mentre gli altri escono. Nel corridoio mi sudano le mani.

Devo sembrare una pazza, perché ho la voce che fatica a non rompersi di pianto mentre dico loro cercando di restare calma che questa cosa non fa per me.
– Non vuoi neanche provare? Dovresti provare, questo seminario era solo per iniziare.
– (Non voglio stare qui un minuto di più, siete dei fessi e mi fate schifo) No, mi dispiace ma non fa per me.

E lui di nuovo cerca di vendermi cose ma io non lo sto più ascoltando. La Ragazza di Plastica sarebbe dispiaciuta, se fosse in grado di provare sentimenti. Le ho fatto perdere soldi.

Mi dimentico di stringere la mano al Gorilla dalla fretta di andarmene, probabilmente rimane con il braccio teso e la giacca tirata per qualche secondo, prima di rendersi conto che sono già scappata via. Sono impregnata di falsità, la sento come olio sulla pelle. Mi sento contaminata.

Esco da quell’ufficio e torno a respirare solo quando esco all’aria aperta. La prima boccata di sole e vento è un sorso della più pura verità.

Ed ecco come la mia carriera da venditrice di assicurazioni è terminata ancora prima di iniziare.

Al prossimo giovedì, se volete conoscere la mia entusiasmante esperienza di modella.

Elogio alla miopia

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Chi mi conosce, salti pure questo passaggio che tanto lo sa già.

Per gli altri, ecco una straordinaria mia caratteristica che solo chi è attento riesce a notare.

Io sono praticamente cieca.
Non cieca cieca, ma diciamo che senza occhiali è meglio che io stia ferma.

(Scherzo ovviamente: non serve essere attenti per notare i miei fondi di bottiglia, a meno che non siete ciecati quanto me e allora in effetti vederli è dura).

Mi mancano quasi 7 decimi da entrambi gli occhi, senza contare quelli di astigmatismo.

E le persone non capiscono cosa vuol dire davvero.

Senza occhiali ogni sfumatura di ombre e colori va a farsi benedire, il che si traduce in una visione piuttosto elementare: grandi macchie di colori sfocate. La cosa divertente è che i colori sembrano molto più vividi e contrastati.

Ma oggi non volevo parlare di questo, volevo parlare di una rivelazione che ho avuto qualche giorno fa.

Stavo guardando Sherlock Holmes – Gioco di Ombre di Guy Ritchie, non il mio film preferito o il migliore che sia mai stato fatto, ma ha su di me un’attrattiva particolare: è l’unico insieme a Catching Fire (altro film lontano dai miei preferiti) che riesco a vedere in loop. Non resisto mai a una multi-visione neanche con i film che amo di più, ma con questi due sì. Vai a capire perché. (Mi succede anche con How I Met Your Mother, ma quella è effettivamente una delle mie serie preferite).

Comunque. Sto divagando.

C’è questa scena verso la fine in cui si vede un tizio su un letto di ospedale con la faccia bendata.

Piccolo inciso: grazie a un meraviglioso incubo infantile, le facce bendate di bianco o le maschere bianche squadrate che assomigliano a una faccia bendata (tipo L’Inquilino del Terzo Piano di Polanski), mi terrorizzano a morte ed evito sempre di guardarle.

E visto che ho la capacità emotiva di un seienne, ogni volta che c’è questa scena in Sherlock Holmes, io ho cura di coprirmi gli occhi.

Ora, gli esseri umani sono incredibilmente stupidi.

Se dici a qualcuno “non guardare”, sicuramente lui guarderà. Ed ecco come la mia Quasicecità mi viene in aiuto.

Non devo costringermi ad abbassare gli occhi o ad coprirmi le palpebre con le mani o voltarmi dall’altra parte o occultare lo schermo del computer, devo solo… togliere gli occhiali.

E puf, non vedo nulla.

Continuo tranquillamente a fissare lo schermo senza individuare nessuna forma ma solo un alone indistinto e innocuo.

Vi do un termine di paragone per capire meglio la gravità della mia miopia: immaginate una persona davanti a me. Per riuscire a vedere in che direzione la persona sta puntando gli occhi, dovrei trovarmi a meno di mezzo metro da lei. Ci siamo capiti? Bene.

Quindi, ecco risolto il problema di vedere film o cose che fanno impressione. Togli gli occhiali e tanti saluti.
Quando sei al cinema il metodo togli-occhiali è l’unica cosa efficiente (non succede quasi mai, solo con roba davvero molto splatter o con le maschere bianche di cui sopra).

Sono quasi alla fine della mia arringa, ora arriva la parte più commovente.

Parliamo della metro.

Sulla metro c’è una fauna di personaggi meravigliosamente eterogenea, sempre fonte di grande ispirazione.
Purtroppo però può succedere che sono scazzata, che quel giorno odio il genere umano e che sono pure costretta a prendere i mezzi, ritrovandomi di fronte una massa di persone che non fanno altro che giocare con il cellulare ignorandosi a vicenda, lanciandomi vibrazioni negative che a lungo andare mi deprimono.

E quindi io cosa faccio? Mi tolgo gli occhiali.

E a parte gli scherzi, la libertà che provo è qualcosa di così singolare che non riesco a spiegare bene. Mi sento distaccata dal mondo, come lo sono quando stacco il cellulare o spengo il computer.

Grande libertà e tanto sollievo. Non vedo le persone, non vedo dove stanno guardando, perciò la mia vista non ha zone in cui è proibito andare, non ha convenzioni sociali da rispettare.
Io guardo i colori e i movimenti della gente, non vedo le persone. Vedo la massa.

Vedo un mondo che cammina e tante piccole formiche che corrono. Non sento i loro giudizi, sono beatamente sopra a tutto questo.

Io amo guardare i dettagli di ogni essere umano che incontro, ma non mi ero mai resa conto che anche fare un passo indietro fa bene, ogni tanto.

Mi aiuta a riprendere il contatto con me stessa.

Ho iniziato a farlo spesso.
Mi tolgo gli occhiali mentre sono sui mezzi pubblici (solo quando ho il posto a sedere, altrimenti ciaone) o a casa e vado a tentoni, addirittura mi faccio la doccia ad occhi chiusi.

Ho provato a girare senza occhiali anche per strada, ma dopo aver pestato clamorosamente una cacca di cane ho deciso che era troppo anche per me.

Dopo tredici anni di imprecazioni contro i miei occhi sbagliati, ora di punto in bianco ho deciso che non ci rinuncerei mai.
Non vorrei mai sentirmi costretta a guardare qualcosa che non ho voglia di vedere, non rinuncerei mai alla sensazione di protezione che mi dà stare dietro alle lenti dei miei fondi di bottiglia.

E qui arriviamo al nodo finale di tutta la questione, alla domanda che mi sento fare da anni, ovvero “ma non fai l’operazione agli occhi?”.

Da oggi la mia risposta non sarà più “no, perché ho paura del laser”, sarà invece “no, perché amo la mia miopia”.

Come superare il blocco dello scrittore?

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Ah ah. Scherzone. Il Blocco dello scrittore non si supera MAI.

È lui che decide quando arriva e quando sparisce. Perché lui è il Dio, insieme all’Ispirazione, che decide cosa fare della mente – già compromessa – delle sue povere vittime.
Il Blocco è questo ente superiore che a un certo punto decide che TU non hai più voglia di scrivere un tubo. Nulla, a parte la lista della spesa.

Di Blocchi ne ho avuti un po’ nella mia breve e intensa vita. L’ultimo è iniziato più di due settimane fa e non è ancora sparito ed è uno dei più difficili con cui io abbia mai dovuto confrontarmi.

Il motivo?

Legge generale: Il Blocco ha sempre un motivo valido di esistere, peccato che lo scrittore in questione non sappia mai quale sia. Si può solo presupporre.

Nel mio caso, credo che sia la stanchezza. Sono satura di scrittura. Siamo a maggio e non ricordo un giorno da agosto scorso, a parte queste ultime due settimane, in cui il mio cervello abbia smesso di funzionare per riposarsi un po’, Natale e Pasqua compresi.
Sono molto contenta di ciò, perché sto iniziando a vivere di quello che voglio, ma sono stanca.

Non so come funzioni per gli altri scrittori, se il Blocco abbia un modo universale di manifestarsi o se per ognuno agisca in un modo specifico. Io lo immagino con una faccina buffa e maligna tipo i cattivi nelle storie di Scottecs, che ridacchia fra sé e sé del povero scrittore che ha designato come vittima.

Il Blocco su di me funziona così: nausea, smarrimento e senso di disperazione.
In questo atroce ordine.
Inizio con il fissare la pagina su cui dovrei scrivere qualcosa e rimango ferma le mezz’ore. Poi le ore. Scrivo e cancello.

Poi il Blocco si intensifica: inizio a non scrivere neanche più. Il peggio: inizio a cazzeggiare in giro trovando ogni scusa per non scrivere. Lo step più grave è quando mi metto a guardare Instagram o Youtube o Facebook, piattaforme che non riesco a usare per più di cinque minuti al giorno di solito (ok, a parte le Stories di Instagram, quando mi prende il piglio).

Il giorno che non apro neanche più il file su cui sto lavorando, il Blocco ha definitivamente completato il suo maleficio.
La cosa più brutta è dover chiudere il file di lavoro perché magari è arrivata ora di pranzo o di cena o di andare a dormire e rendersi conto di non aver scritto neanche dieci parole o di aver buttato giù solo roba scialba che verrà cestinata quasi sicuramente il giorno dopo.

Il Blocco più grave è quello in cui sono intrappolata adesso: se butto l’occhio sul computer o i miei quaderni, mi sale la nausea e non riesco neanche a provarci.
Lo smarrimento arriva subito dopo, perché non riuscire a fare la cosa che permette di esprimere la mia creatività e le mie emozioni destabilizza tutto il mio equilibrio mentale (già precario di suo).
La disperazione è la conseguenza di tutto ciò ed è di duplice natura. Da un lato c’è il “non sono più capace di scrivere” e dall’altra c’è il “se non riesco a scrivere, non ho più uno sfogo e non so cosa fare”.

Non ho più uno sfogo perché il mio sfogo è bloccato.

Non ho più uno scopo e la realtà non mi basta, perché se la realtà mi bastasse, non scriverei.
Ecco dunque il problema. A questo, ultimamente se n’è aggiunto un altro e il più grave: rispettare le scadenze, visto che non scrivo più solo per me stessa.
Oggi per esempio ci sono due persone che si aspettano che io scriva e le cui scadenze sono tenuta a rispettare, anche perché mi pagano. 

Ma il Blocco non se ne va.

Non pensavo che avrei mai più avuto un Blocco, ma ora ce l’ho e non so quando si scioglierà.

E la cosa peggiore è la disperazione del “non sono più capace di scrivere”. Quella è davvero terribile.
Pensare che la cosa per cui hai studiato e lavorato per gran parte della tua vita probabilmente non si adatta più a te e che tu hai sopravvalutato il tuo talento e che devi ricominciare tutto da capo perché probabilmente non sei davvero capace di scrivere ma è sempre stato tutto solo un gioco.

Mi sento così, perché il talento non basta. Serve costanza e concentrazione.
Il Blocco dello scrittore toglie entrambe dall’equazione e ti lascia da solo con la tua confusione mentale, il tuo pizzico di talento inutilizzabile, i dubbi esistenziali sul fatto che magari hai sprecato tempo, che non sei più in grado e che il Blocco è definitivo e non se ne andrà più.

Ma se ne va. A un certo punto se ne va.

A un certo punto, l’Ispirazione torna e tutto si mette a posto da solo. Un giorno, mentre stai guardando per noia una serie tv che conosci a memoria perché il tuo cervello è così stanco che non riesce neanche ad assimilare cose nuove, ti viene l’Ispirazione. Ti viene la voglia di scrivere. Ti viene in mente cosa scrivere.

Quella meravigliosa lampadina si accende, innescando una serie di reazioni istintive che liberano il tuo corpo dal torpore e lo infiammano di nuovo.

Bisogna solo prendersi cura di sé stessi e ricordarsi che, come ogni lavoro, la scrittura ha bisogno di mettersi in stand by ogni tanto e il cervello di riposare, per poi rimettere in moto le rotative.

 

(la foto è tratta dalla graphic novel Una Storia, di GiPi. Una grande storia meravigliosamente raccontata)

DIARIO – Sabri la pazza furiosa

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Lunedì 23 Aprile 2018

Ore 9:04 – Letto, buio nella stanza perché Greta dorme e io non ho voglia di alzarmi per andare in cucina.
(Ora che ci penso, in cucina ci sono le Gocciole. Vado.)

Ore 9:06 – Divano della cucina. Gocciole incorporate e felicità.

Sono così stanca, presa da nuovi lavori e vecchie cose da terminare, problemi con le bollette, truffe di Eni, lavatrici che infeltriscono maglioni, cambio dell’armadio e inizio del caldo torrido, che non ho avuto la forza di fare nulla negli ultimi due giorni.

E quando dico nulla, in realtà intendo che l’unica cosa che sono riuscita a fare è stato mettere in ordine.

E’ una strana equazione.

Sembra che la mia stanchezza/frustrazione sia direttamente proporzionale al bisogno di mettere ordine fisicamente in casa. E più stanchezza frustrazione aumentano, più aumenta la meticolosità con cui sistemo TUTTA la casa.

A dodici anni, quando mi sono trasferita a Bergamo, ho avuto nella casa che abbiamo poi lasciato, un bagno tutto mio. Mamma e papà stavano nell’altro.

Ho dei genitori che mi hanno sempre reso partecipe dell’arredamento di casa nostra, spesso mettendo la mia opinione davanti alla loro. Ne sono molto contenta… ma c’è stato un incidente di percorso. Avevo scelto queste piastrelle rosse bellissime per il mio primo bagno privato, e fin qui ok. Ma poi c’erano queste due file di piastrelle decorative dello stesso tipo con disegnati dei cuoricini che ora mi chiedo perché. Perché?
In ogni caso, era il mio meraviglioso bagno privato, in perfetto pendant con i colori della mia camera e nessuno ci entrava a parte me e la mamma quando doveva fare la lavatrice.

L’idea che io abbia passato quattro anni della mia vita con un bagno mio sembra risalire a una vita precedente. Al momento ucciderei per avere un bagno tutto mio, eppure ricordo che all’epoca non ci davo troppo peso, anzi, in realtà lo trascuravo anche parecchio.
E ora mi chiedo come sia possibile che la stesa persona che lasciava quattro flaconi di sciampo vuoti sul bordo della vasca per settimane possa aver passato le ultime settantadue ore a riordinare tutta la casa. Anche le cose che avevo appena riordinato.

Mi aiuta a rimettere a posto il cervello.

Quando riordino, di solito sembro una pazza furiosa e parlo da sola. Il gene della chiacchierata solitaria l’ho preso dalla mamma, non è colpa mia. Lei però non sembra troppo pazza furiosa quando parla da sola perché comunque si muove in un modo tranquillo ed è abbastanza pacata.
Io quando parlo da sola e sistemo le cose, lo faccio con un po’ tanta energia. Sono precisa al limite del maniacale.

Oggi per esempio ho sistemato i primi due scaffali del coso a otto cubi dell’IKEA che io e Greta abbiamo comprato a 19 euro. Uno dei nostri migliori acquisti.

A volte mi alzo e vado a riordinare o fare una lavatrice quando è troppo tempo che scrivo, come se il mio corpo avesse bisogno fisico di muoversi e di mettere a posto il cervello.

Ora che ci penso… ho appena avuto l’illuminazione.

Prima non sentivo questo bisogno di riordinare perché usavo i ritagli di tempo per scrivere e andare di fantasia. Ora che invece passo la maggior parte del tempo a far lavorare il cervello di fantasia, il mio organismo ha bisogno di un po’ di logica. Per questo ho bisogno di riordinare: creare un posto per ogni cosa, incastrare le cose, pulire e sistemare tutto. Logica.

Che strane cose.

Comunque, dopo i due scaffali IKEA ho sistemato i cassetti della scrivania dove c’erano medicinali scaduti a febbraio e salviette umidificate pulisci-occhiali che sono la cosa più inutile che ci possa essere. Basta la maglietta di cotone per pulirsi gli occhiali, lo sanno tutti.

Mi rendo conto che posso sembrare una pazza furiosa quando metto a posto la casa. In realtà ci sono parecchie volte in cui sembro una pazza furiosa.

Per esempio quando fisso le persone in metro. Se qualcuno mi piace, lo fisso.
Se qualcuno non mi piace, lo fisso lo stesso nella speranza che si renda conto che lo sto fissando e si accorga della mia espressione vagamente disgustata. Avviene solo quando vedo qualcuno giocare con il telefono a quei giochi stupidi che ti mangiano il cervello e in questi casi, ovviamente, la persona in questione non si rende conto che la sto fissando.

Poi sembro una pazza furiosa quando parlo.

Chi mi conosce spero che ormai se ne sia accorto: io non so parlare. Smettetela di chiedervi perché gesticolo in un modo strano o mi mangio le parole, la verità è che semplicemente, non so parlare.
Problemi?
Qui ci starebbe un “io scrivo, quindi non ho bisogno di parlare”, ma Cris mi direbbe che non è una giustificazione e la devo smettere di dire stronzate.
Quindi non lo dirò.

Non mi vengono in mente altri momenti in cui sembro una pazza furiosa, ma sicuramente ci sono.
Comunque è’ stato divertente buttare via cose vecchie. E ora c’è ordine.

Avrei solo bisogno di un armadio in più, ma questa è un’altra storia.

 

(questa foto l’ha fatta Chiara, a cui voglio tanto bene. Le sue foto sono molto più belle di questa, ma anche quando fa foto a caso in mezzo a una festa, le vengono perfette. Su instagram è @googlestreetview).